Qualche giorno dopo il matrimonio, mentre si sfoglia la galleria, può arrivare una domanda:
“Ma la foto della sposa con la zia non c’è?”
È una domanda che sento ancora fare, soprattutto dalle persone più grandi. Genitori, zii e parenti sono spesso rimasti legati a un’idea precisa del servizio fotografico di matrimonio: il fotografo doveva documentare la presenza di tutta la famiglia. C’era la foto con i genitori, quella con i nonni, quella con gli zii, quella con i cugini e, possibilmente, anche il giro dei tavoli.
Alla fine del matrimonio doveva esistere almeno una fotografia che dimostrasse che ogni parente era presente.
Oggi, però, il modo di fotografare un matrimonio è cambiato. E, soprattutto, sono cambiate le richieste degli sposi.
Molte coppie non vogliono trascorrere il ricevimento ferme davanti all’obiettivo, passando da un gruppo di parenti all’altro. Non vogliono che il fotografo interrompa continuamente quello che stanno facendo per costruire fotografie formali. Vogliono vivere il matrimonio e ricevere un racconto capace di restituire ciò che hanno realmente provato.
Gli sposi, generalmente, comprendono bene questa differenza. Il problema nasce quando le aspettative della famiglia sono diverse.
La fotografia non è più un censimento dei parenti
Un servizio fotografico di reportage non è un registro delle presenze.
Il mio lavoro non consiste nel fotografare una volta ogni invitato per poter dire, alla fine, che nessuno è rimasto fuori. Non devo dimostrare che la zia era presente, che il cugino era seduto al tavolo numero sette o che il vicino di casa ha partecipato al ricevimento.
Il mio lavoro è raccontare ciò che gli sposi hanno vissuto.
Questo significa fotografare le persone che si avvicinano a loro, che li abbracciano, che ridono insieme a loro, che si emozionano durante un discorso, che partecipano al ballo o che condividono anche soltanto pochi minuti autentici.
Se una zia entra nella stanza durante la preparazione, guarda la sposa e si commuove, quella scena diventa parte del racconto. Se le sistema il vestito, la abbraccia, le stringe la mano durante un momento di agitazione o balla con lei durante la festa, nasceranno probabilmente diverse fotografie.
Magari non ci sarà la classica immagine con entrambe immobili, una accanto all’altra, mentre guardano l’obiettivo. Ma ci saranno fotografie molto più importanti: immagini che non si limitano a mostrare chi è quella persona, ma raccontano quale posto occupa nella vita della sposa.
Quella, per me, è la differenza tra documentare una presenza e raccontare un rapporto.
Se la zia rimane seduta per tutto il matrimonio, cosa dovrei raccontare?
Qui bisogna essere molto chiari, anche a costo di risultare un po’ scomodi.
Se quella stessa zia trascorre l’intero matrimonio seduta al proprio tavolo, non si avvicina mai alla sposa, non le parla, non la abbraccia, non balla con lei e non condivide con lei nessun momento, il fotografo avrà pochissime occasioni per inserirla nel racconto.
Potrò fotografarla durante la cerimonia, mentre applaude, durante il ricevimento o in qualche immagine generale del tavolo. Ma non potrò creare una fotografia capace di raccontare una vicinanza che, durante quella giornata, non si è mai manifestata.
Eppure, una settimana dopo, potrebbe essere proprio quella zia a lamentarsi perché “non c’è nemmeno una fotografia insieme”.
Il grado di parentela non produce automaticamente una fotografia. A farlo è ciò che accade davanti al fotografo. Una persona può essere una zia, una cugina o un’amica da vent’anni, ma se rimane distante per tutto il matrimonio, quella distanza finirà inevitabilmente anche nel racconto.
Al contrario, una persona che sulla carta non è un parente stretto potrebbe comparire molte volte, semplicemente perché è stata vicina agli sposi, ha partecipato, si è emozionata e ha vissuto davvero la giornata insieme a loro.
La fotografia non assegna importanza alle persone in base all’albero genealogico. Registra la loro presenza emotiva.
Volere a posteriori una fotografia affettuosa con una persona che, durante il matrimonio, non ha avuto alcuna interazione con gli sposi significa chiedere alla fotografia di raccontare un rapporto che quel giorno non si è visto.
E un fotografo può interpretare la realtà, ma non dovrebbe falsificarla.
Lo stesso (purtroppo) vale per i genitori
Questo discorso non riguarda soltanto gli zii.
Può capitare che la mamma della sposa compaia meno di quanto la famiglia si aspettasse. Ma se durante la preparazione è rimasta in un’altra stanza, se non ha aiutato la figlia a vestirsi, se non le si è avvicinata durante il ricevimento e se ha trascorso gran parte della festa al proprio tavolo, le occasioni fotografiche saranno inevitabilmente inferiori.
Naturalmente, sapendo che è la mamma, cercherò di prestarle un’attenzione particolare. La fotograferò durante la cerimonia, negli sguardi, durante i momenti importanti e nelle immagini di famiglia concordate con gli sposi.
Ma non posso trascorrere il matrimonio costruendo continuamente scene che non stanno accadendo. Non posso chiedere a una madre e a una figlia di fingere per la fotografia una vicinanza che non hanno vissuto spontaneamente durante la giornata.
La quantità di fotografie non dipende soltanto dall’importanza dichiarata di una persona. Dipende anche dalla sua partecipazione reale.
Essere presenti a un matrimonio non significa soltanto occupare un posto a tavola. Significa stare vicino agli sposi, cercarli, abbracciarli, parlare con loro e condividere quello che stanno vivendo.
Se non accade, non possiamo scoprirci sorpresi dopo perché le fotografie rispecchiano esattamente quella distanza.
Se desiderate una fotografia, basta chiederla
C’è poi un aspetto che trovo quasi paradossale.
Durante il matrimonio il fotografo è presente, disponibile e facilmente riconoscibile. Se una zia desidera una fotografia con la sposa, può semplicemente avvicinarsi e dire:
“Alessandro, ci fai una foto insieme?”
Servono pochi secondi.
Non occorre organizzare una sessione, non occorre aspettare il momento perfetto e non c’è alcun motivo per avere timore di disturbare. Realizzerò volentieri quella fotografia, proprio perché da quel momento so che è importante per lei.
Quello che trovo poco sensato è rimanere seduti per l’intero matrimonio, non cercare mai la sposa, non chiedere mai una fotografia e poi lamentarsi, dopo la consegna, perché quella foto non esiste.
Se la desideravi, perché non sei venuta a chiederla quando eravamo tutti lì?
Il fotografo può osservare molto, ma non può leggere il pensiero di cento invitati. Non può conoscere il valore simbolico che ognuno attribuisce a una fotografia mai richiesta. E soprattutto non può tornare indietro una settimana dopo.
Il reportage non elimina le fotografie di famiglia
Tutto questo non significa che le fotografie con i parenti non debbano più essere realizzate.
Le foto con i genitori, i nonni, i fratelli e le persone davvero importanti hanno un grande valore. Con il passare degli anni, spesso diventano alcune delle immagini più preziose dell’intero matrimonio.
Proprio per questo preferisco parlarne prima con gli sposi.
Possiamo preparare una breve lista delle fotografie imprescindibili e scegliere il momento migliore per realizzarle. In questo modo non dimenticheremo le persone importanti, ma non trasformeremo il matrimonio in un interminabile giro di fotografie in posa.
La differenza sta nella consapevolezza.
Se volete un racconto prevalentemente spontaneo, le fotografie nasceranno da ciò che accadrà realmente. Se desiderate anche alcune immagini formali con persone specifiche, è sufficiente indicarlo. Le due cose possono convivere benissimo, purché non si pretenda che il fotografo indovini dopo il matrimonio ciò che nessuno gli aveva comunicato prima.
Le fotografie raccontano anche le assenze
Un racconto fotografico onesto non mostra soltanto chi era invitato. Mostra chi c’era davvero per gli sposi.
Mostra chi li ha cercati, chi li ha abbracciati, chi ha riso con loro, chi si è commosso e chi ha partecipato alla festa. Inevitabilmente, mostra anche chi è rimasto più distante.
Se la zia ha vissuto il matrimonio accanto alla sposa, probabilmente non avremo soltanto una fotografia in posa: avremo una serie di immagini vere che racconteranno il loro rapporto.
Se invece non si sono mai avvicinate, non si sono mai parlate e non hanno condiviso neppure pochi minuti, potremo certamente realizzare una fotografia formale, ma qualcuno dovrà chiedercela. Altrimenti il fotografo non può inventare un momento che non è mai esistito.
Perciò, quando dopo il matrimonio qualcuno domanda:
“Come mai manca la foto con la zia?”
forse bisognerebbe rispondere con un’altra domanda:
“Durante il matrimonio, la zia dov’era?”
Perché essere parenti non basta per entrare automaticamente nel racconto. Bisogna anche viverlo.