Negli ultimi giorni mi sono imbattuto in una discussione che ha acceso parecchio il dibattito tra fotografi di matrimonio. Il punto di partenza era questo:
Un fotografo durante un matrimonio scatta tra le 2.000 e le 4.000 fotografie. Alla fine gli sposi ne stampano circa 40. Tutto il resto rimane chiuso in un hard disk.
Da lì sono arrivati commenti di ogni tipo.
C’è chi sostiene che un bravo fotografo dovrebbe scattare pochissimo, perché ogni fotografia dovrebbe essere già perfetta. Chi parla dei tempi della pellicola, quando si lavorava con pochi rullini e ogni scatto aveva un costo. E chi, al contrario, sostiene che oggi raccontare un matrimonio richieda inevitabilmente molte più fotografie.
La verità? Hanno ragione entrambi perché stanno parlando di due modi completamente diversi di vivere la fotografia.
Quando fotografavo agli inizi della mia carriera, il matrimonio era costruito soprattutto intorno alle fotografie. C’erano molte pose, molti momenti organizzati, gli invitati guardavano l’obiettivo e il fotografo era spesso il protagonista della giornata.
Oggi moltissime coppie cercano altro. Mi dicono: “Non vogliamo passare il matrimonio a fare fotografie.” “Vogliamo vivere la giornata.” “Vorremmo dimenticarci della presenza del fotografo.”
Ed è qui che cambia completamente il modo di lavorare.
Una fotografia raccontata non si può prevedere
Quando una bambina corre ad abbracciare la nonna. Quando gli amici scoppiano a ridere durante il brindisi. Quando il papà si commuove mentre nessuno lo sta guardando. Quando due invitati iniziano una partita improvvisata a pallone sul prato. Nessuna di queste scene può essere diretta. Accadono. E durano spesso una frazione di secondo. Per raccontarle bisogna osservare continuamente quello che succede. Significa seguire le persone, anticipare le loro reazioni, cambiare posizione, aspettare il momento giusto e, sì, anche scattare più fotografie. Non perché si spera che una venga bene. Ma perché un’emozione cambia completamente nell’arco di mezzo secondo. Un sorriso che nasce. Uno sguardo. Una lacrima. Una risata. Sono istanti diversi.
Fotografare oggi è più vicino al reportage che al ritratto
Molti fotografi della generazione della pellicola hanno costruito immagini meravigliose. Ma il loro lavoro era diverso. Così come oggi è diverso il matrimonio. Le coppie vogliono fotografie spontanee. Vogliono vedere quello che mentre si sposavano non hanno avuto il tempo di osservare. Vogliono scoprire cosa facevano gli invitati durante l’aperitivo. Vogliono ritrovare un abbraccio, un dettaglio, una scena apparentemente insignificante che però, cinque anni dopo, avrà un valore enorme. Per questo il mio lavoro non consiste nel consegnare soltanto duecento fotografie perfette. Il mio lavoro è raccontare una giornata.
Non tutte le fotografie devono essere perfette
Questa è forse la frase che sorprenderà qualcuno. Io non cerco solamente la fotografia tecnicamente impeccabile. Cerco anche quella vera. Magari la luce non è perfetta. Magari la composizione non vincerà un concorso. Magari nessun fotografo la appenderebbe in studio. Ma dentro quella fotografia c’è il nonno che ride. C’è un bambino con il gelato completamente sporco. C’è un’amica che guarda la sposa con gli occhi lucidi. Tra vent’anni quella fotografia avrà probabilmente molto più valore di un ritratto costruito alla perfezione. Perché racconterà una persona. Non una posa.
Quindi è giusto scattare 4.000 fotografie?
La risposta è semplice. Dipende. Se quelle 4.000 fotografie servono a compensare errori, insicurezza o mancanza di esperienza, probabilmente no. Se invece fanno parte di un modo di raccontare il matrimonio attraverso il reportage, allora quel numero, da solo, non significa assolutamente nulla. Così come non rende automaticamente migliore chi ne scatta 300. Il numero degli scatti non misura il talento. Misura soltanto un metodo di lavoro.
La domanda che gli sposi dovrebbero farsi è un’altra
Non chiedete al fotografo quante fotografie scatta. Chiedetegli di mostrarvi un matrimonio completo. Guardate come racconta una giornata dall’inizio alla fine. Chiedetevi se quelle immagini vi emozionano. Se vi fanno venire voglia di essere al posto di quella coppia. Perché è questo che state acquistando. Non un numero di fotografie. Non un numero di scatti. Ma il modo in cui qualcuno racconterà uno dei giorni più importanti della vostra vita. Ed è per questo che non esiste un modo giusto e uno sbagliato di fotografare un matrimonio. Esistono stili diversi. L’importante è scegliere quello che vi rappresenta davvero.