Durante le videocall c’è una domanda che prima o poi arriva sempre.
“Ma noi non siamo molto bravi davanti alla macchina fotografica… ci metterai in posa?”
Ogni volta sorrido, perché in quella domanda c’è una delle preoccupazioni più grandi di quasi tutte le coppie. Si immaginano il fotografo che li ferma continuamente, che gli dice dove mettere le mani, come sorridere, come guardarsi. Hanno paura di passare il matrimonio più a fare fotografie che a viverlo.
Ed è proprio per questo che ci tengo a tranquillizzarli.
Io credo che il matrimonio vada vissuto, non recitato. Le fotografie arrivano dopo. Il mio lavoro non è costruire continuamente delle scene perfette, ma essere presente quando quelle scene accadono davvero. È una differenza enorme. Perché una fotografia può essere perfetta dal punto di vista tecnico, ma se dietro non c’è un’emozione vera, dopo qualche anno diventa semplicemente una bella immagine. Quello che invece continua a emozionare è un ricordo autentico.
C’è una frase che ripeto spesso alle coppie e che, forse, riassume meglio di qualsiasi altra il mio modo di lavorare.
Il giorno dopo il matrimonio dovreste ricordarvi dei vostri amici, non del fotografo.
Può sembrare una frase strana detta da chi fa questo mestiere, ma per me è il complimento più bello che possa ricevere. Perché significa che siete riusciti a vivere davvero ogni momento della vostra giornata. Avete riso con gli amici, avete abbracciato i vostri genitori, avete parlato con i vostri nonni, avete ballato senza pensare che qualcuno vi stesse fotografando. Io c’ero. Ma non ero il protagonista. E credo che debba essere proprio così.
Negli anni ho visto matrimoni in cui gli sposi passavano gran parte della giornata a spostarsi da una parte all’altra per rifare fotografie, ricreare situazioni o inseguire pose che magari avevano visto sui social. Il risultato? Magari porteranno a casa delle belle immagini. Ma avranno perso dei momenti che nessuno potrà più restituirgli. Un abbraccio dura pochi secondi. Una risata spontanea non si può rifare. Lo sguardo di una mamma mentre vede la figlia uscire di casa esiste una sola volta. Se in quel momento sto chiedendo agli sposi di guardare verso il sole o di spostarsi di due metri, quel momento è perso per sempre. Per questo preferisco osservare. Aspettare. Muovermi il meno possibile. Lasciare che le persone siano semplicemente sé stesse.
Questo non significa che durante il matrimonio non faremo fotografie insieme. Anzi. Ci sarà sicuramente un momento dedicato solo a voi due. È giusto che abbiate delle fotografie di coppia belle, curate e senza nessuno intorno. La differenza è nel modo in cui le realizziamo. Non vi chiederò di interpretare un personaggio. Non vi dirò di sorridere in modo finto o di assumere pose che non vi appartengono. Vi accompagnerò semplicemente in una passeggiata. Vi parlerò. Vi lascerò il tempo di guardarvi, di respirare, di vivere quei pochi minuti lontano dal caos della giornata. Molto spesso le fotografie più belle nascono proprio tra un momento e l’altro, quando vi dimenticate completamente della macchina fotografica.
Una cosa che mi piace dire durante gli incontri è questa:
Se durante il matrimonio vi siete divertiti così tanto da dimenticarvi quasi della mia presenza, probabilmente ho fatto bene il mio lavoro.
Per qualcuno il fotografo deve essere una figura che dirige continuamente la giornata. Io preferisco essere un osservatore. Questo non vuol dire essere passivi. Anzi. Significa essere sempre concentrato. Leggere quello che sta succedendo. Capire dove nascerà la prossima emozione. Anticipare un abbraccio, una lacrima o una risata prima ancora che accadano. È un modo di lavorare molto meno appariscente, ma richiede molta più attenzione. Perché non puoi chiedere alle persone di rifare quello che è appena successo. Devi essere pronto nel momento esatto in cui succede.
Ogni tanto invito le coppie a fare un piccolo esercizio. Immaginate di aprire il vostro album tra vent’anni insieme ai vostri figli. Secondo voi quali fotografie vi faranno fermare qualche secondo in più? Quelle perfettamente in posa? O quella in cui vostro padre si commuove durante la cerimonia? Quella in cui vostra nonna ride con gli amici. Quella in cui vostra madre vi sistema il vestito senza sapere di essere fotografata. Quella in cui vi state guardando mentre tutti gli altri stanno festeggiando. Io credo che saranno proprio quelle immagini a riportarvi indietro nel tempo. Perché non vi ricorderanno come apparivate. Vi ricorderanno quello che stavate provando. Ed è esattamente questo il motivo per cui fotografo in questo modo. Perché tra vent’anni non voglio che riguardiate semplicemente delle belle fotografie. Voglio che, osservandole, riusciate a sentire di nuovo tutto quello che avete vissuto quel giorno